CAMICIE VERDI. BRUCIARE IL TRICOLORE
Dove sta andando la Lega Nord? Perché al suo interno la componente di estrema destra è sempre più forte e l’involuzione xenofoba sempre più virulenta? Se vinceranno i SI, il 25 giugno, la Lega Nord avrà ottenuto un risultato impensabile fino a qualche anno fa: la riorganizzazione dello Stato italiano su base federale. Ma qual è il vero volto della forza politica che ci sta vendendo la devolution? Quali sono i suoi veri obbiettivi?
Nel film Camicie Verdi. Bruciare il Tricolore ho cercato di dare una risposta a queste domande. Il viaggio che ho affrontato all’interno delle anime del movimento leghista è stato lungo e difficile.
Ho capito che potevo farcela quando ho ottenuto la disponibilità di una guida all’altezza dell’impresa: l’europarlamentare Mario Borghezio, protagonista fin dall’inizio dell’avventura che ha portato, il 17 novembre 2005, all’approvazione in via definitiva al Senato della riforma costituzionale che sancisce la devolution.
Borghezio, a differenza del segretario della Lega Umberto Bossi, che ora, almeno a parole, ha cambiato linea e sembra accontentarsi del federalismo, si è sempre battuto per l’opzione più radicale: la secessione della Padania (in pratica il Lombardo Veneto) dallo Stato italiano.
La prima cosa che si scopre, esplorando la mitica Padania, andando alle manifestazioni, parlando coi simpatizzanti, ascoltando quello che i leader dicono apertamente oppure lasciano capire ammiccando, è che la Lega, malgrado Bossi si sforzi di simulare il contrario, continua a pensarla come Borghezio. Non a caso lo slogan più gridato e più sincero ai cortei della Lega è sempre il vecchio, ritmato: “Se / ces / sio / ne”.
Il film inizia con le immagini di quel 17 novembre, registrate davanti al Senato, con le dichiarazioni del segretario della Lega, Umberto Bossi, e del suo braccio destro, il ministro Roberto Calderoli, divenuto plenipotenziario dopo l’ictus che ha colpito il “senatur”. Dicono davanti ai microfoni che “questa non è una vittoria della Lega, ma di tutti gli italiani”.
Lo dice Calderoli, quello che è stato costretto alle dimissioni dopo aver provocato la strage di Bengasi (11 manifestanti massacrati dalla polizia) esibendo provocatoriamente in televisione la canottiera con le vignette satiriche sul Corano, che indossa sotto la camicia verde. Lo stesso Calderoli che faceva volantinaggio contro gli insegnanti meridionali nelle scuole del Nord e chiedeva al provveditore agli studi di pubblicare la “lista di proscrizione” dei professori nati al Sud e in servizio nella sua provincia. Lo dice Umberto Bossi, che negli anni 90 dichiarava: “In Italia ci sono due gruppi etnici: la razza celtica, che viene da migliaia di anni di lavoro, e i latini, che considerano il lavoro roba da schiavi”.
Nel film, utilizzando preziosi materiali di repertorio, viene smascherato il gioco della Lega. Vediamo Bossi che incita a buttare il Tricolore nel cesso, ma lo vediamo anche giurare fedeltà alla Repubblica Italiana e alla Costituzione davanti a un Berlusconi sorridente e compiaciuto. Lo stesso Berlusconi, che in un altro filmato Bossi descrive a tinte fosche: monopolista televisivo che strangola la libertà d’informazione, pericoloso riciclatore dei capitali della mafia. La Lega, si scopre in questo documentario on the road, non è soltanto un problema italiano. Mario Borghezio, che nel nostro viaggio s’impone come un protagonista, partecipa abitualmente ai convegni internazionali dell’estrema destra populista e razzista.
In Italia Borghezio è presidente dei Volontari Verdi (che al’inizio si chiamavano Camicie Verdi, con un accostamento più o meno volontario a quelle altre camice, le brune e le nere). Alle adunate dei Volontari Verdi, così come alle manifestazioni della Lega, il coro che viene intonato con più entusiasmo è quello che incita a “Bruciare il Tricolore”. Corinto Marchini, il primo comandante delle Camicie Verdi, ci racconta in esclusiva quello che fino ad ora non aveva mai rivelato: che Bossi non solo gli chiese di bruciare il Tricolore nelle manifestazioni pubbliche, ma si spinse fino a chiedergli di tenersi pronto a sparare sui Carabinieri.
Altre trame oscure e inedite emergono dall’intervista a Corinto Marchini. La Lega Nord aveva bisogno di martiri da spendere sulle piazze e forse per questo, o nella logica delle lotte di potere interne al movimento, ci fu chi propose a Marchini di eliminare lo stesso Borghezio, il leader più popolare, l’oratore che più di ogni altro, Bossi escluso, sa infiammare le masse leghiste.
Borghezio, che - non dimentichiamo - fu nominato sottosegretario alla Giustizia da Silvio Berlusconi, è presidente dell’autoproclamato Governo della Padania dal 1999 al 2004 e deputato nazionale dal 1992 al 2004. Attualmente si divide tra l’attività di parlamentare europeo e le incursioni sul territorio che lo hanno reso famoso. Nel settembre scorso la Cassazione ha confermato la sentenza che lo condanna a cinque mesi, emessa dal tribunale di Torino nei confronti suoi e di altri sette volontari verdi, per aver dato alle fiamma “incidentalmente” il ricovero in cui dormivano alcuni cittadini stranieri. Ma la violenza nella storia di Borghezio, e di molti altri come lui che hanno fondato e dirigono la Lega, è sotto traccia, pronta a manifestarsi se le circostanze storiche lo consentiranno. Politicamente Borghezio si forma nell’area di Ordine Nuovo, il gruppo neonazista che nei processi avviati dalla magistratura in tutti questi anni emerge come strumento delle stragi che dal 1969 al 1974 insanguinarono il Paese. Soltanto negli ultimi due anni ha smesso d’intervenire attivamente ai comizi di Forza Nuova, il movimento di estrema destra fondato da Roberto Fiore, condannato per associazione sovversiva e banda armata.
Una violenza che si trova anche nelle dichiarazioni di Umberto Bossi, prima che lo ammorbidissero i guai sanitari e la prospettiva concreta di portare a casa la devolution. Bossi che minaccia i magistrati (costretti a occuparsi della lega non solo per incitazione alla violenza razziale, ma per reati di truffa e finanziamento illecito), ricordando che “le pallottole costano solo 300 lire l’una”. Bossi che nel 1996 grida: “Faremo il governo del Nord, un governo senza poltrone, il governo delle carabine”. Una linea che si ritrova anche nelle più recenti dichiarazioni del successore di Bossi al comando della Lega: “Nei confronti degli immigrati violenti”, dice Roberto Calderoli, “auspico l’utilizzo di forbici arrugginite, perché se si salvano dalla ferite almeno restino infettati”.
Con le nostre telecamere abbiamo seguito Borghezio a Torino, nelle sue spedizioni al mercato di Porta Palazzo, dove prende le difese degli ambulanti italiani contro quelli stranieri, e a Milano, nel “Centro identitario Bassano del Grappa”, gestito da Max Bastoni, candidato della Lega al Comune e alla Regione con lo slogan elettorale: “Bastoni agli immigrati”. Lo abbiamo accompagnato alle fiaccolate che periodicamente vengono organizzate contro l’immigrazione, davanti alle mosche, o contro l’ipotesi che ne venga costruita una. Perché Borghezio ci ha permesso di seguirlo? Perché ha accettato la nostra presenza in situazioni che potevano risultare imbarazzanti?
Probabilmente perché lui si piace così, è soddisfatto di quello che fa. Soprattutto perché, così com’è, lui piace (se diamo una lettura complessiva ai risultati elettorali degli ultimi anni) al 20% dei votanti in Lombardia, la regione più popolosa d’Italia.
Borghezio quindi non è un isolato, nemmeno quando afferma che “Mussolini è stato un grande statista padano”, o quando ripete: “La Padania è una realtà politica nota in tutto il mondo, anche se la classe politica stracciona del Mezzogiorno fingere di non saperlo, mentre per noi il Meridione esiste solo come palla al piede che ci portiamo dolorosamente appresso da 150 anni”. Il documentario si conclude con un’intervista a Borghezio all’ospedale di Chivasso. E’ pieno di lividi, ha una lesione al naso e una alla cervicale. Tante volte l’ha invocata ai comizi e adesso la violenza si è rivolta contro di lui. Un gruppo di autonomi lo ha sorpreso su un treno e ha cercato di linciarlo. Senza l’intervento dei due agenti di scorta, anche loro rimasti feriti, forse sarebbe morto. Quando gli chiedo se non si senta responsabile di aver in qualche modo evocato questa ingiustificabile violenza, risponde come un angelo, dice di essere innocente, di non aver mai aizzato, mai fatto nulla di male.
Il film si chiude con un montaggio alternato: Borghezio che dal suo letto di ospedale, con voce fioca, lancia un appello alla moderazione e Borghezio che dal palco degli oratori, urlando, rovescia su folle oceaniche le sue incitazioni all’odio: “All’iman di Torino un calcio nel culo… moderati un cazzo…marocchini di merda…islamici di merda…questa è la Lega che vince…gli facciamo un culo così”. In un crescendo che mette i brividi, con Borghezio che lancia nuovi insulti, Calderoli che mostra la maglietta blasfema, le immagini della nostra bandiera bruciata in Iran e in Libia, le notizie dei morti nell’assalto all’ambasciata italiana. Le trasmissioni che saltano, come in un telegiornale post atomico e s’interrompono nel buio. Da cui emerge un accordo di chitarra deformato e cupo, alla Jimi Hendrix, che riprende le note dell’inno padano: “E noi che siamo Padani / abbiamo un sogno nel cuore / bruciare il Tricolore / bruciare il Tricolore”.
Claudio Lazzaro
SCHEDA DEL FILM