Dove crescono i naziskin - di Claudio Lazzaro - Unità - 6 Maggio 2008
DOVE CRESCONO I NAZISKIN
di Claudio Lazzaro
Ci sono casi in cui uno preferirebbe non aver visto giusto. Quando ho iniziato le riprese di Nazirock capivo di stare su qualcosa di caldo. Proprio per questo avevo deciso di occuparmene, ma non immaginavo che la violenza neofascista si sarebbe sviluppata fino a questo punto.
Perchè dev’essere chiaro, la tragedia di Verona è solo un aspetto, divenuto mediaticamente visibile, della serie interminabile di violenze che hanno trovato spazio sulle pagine dell’Unità e di altri giornali di sinistra, ma che sono state ignorate da buona parte della stampa e della televisione. Come se raccontare la violenza nazifascista corrispondesse a una presa di posizione politica e non semplicemente a un dovere di cronaca.
Come se l’antifascismo non fosse più patrimonio di tutti e valore fondante della Repubblica Italiana, ma soltanto espediente retorico della sinistra per attaccare la destra.
Detto questo, vediamo perchè il fenomeno è in crescita e perchè il Veneto è un elemento importante del quadro in cui si sviluppa. Partiamo da un collegamento preciso: a Verona è molto seguito dai giovani il Veneto Fronte Skinheads, un movimento neofascista il cui fondatore, Piero Puschiavo, è l’attuale coordinatore regionale del Movimento Sociale Fiamma Tricolore. Il leader della Fiamma, Luca Romagnoli, si vede all’inizio del mio documentario. Sta sul palco, accanto a Berlusconi, a ricevere il plauso delle folle oceaniche. E’ il 2 dicembre 2006, siamo a Roma, è la famosa manifestazione dei due milioni. Berlusconi stringe la mano a Romagnoli e accarezza la bandiera della Fiamma Tricolore. Un passo indietro, andiamo in rete a scoprire chi sono gli ispiratori del Veneto Fronte Skinheads. Tra i padri spirituali figura Jan Stuart Donaldson, che amava citare Adolf Hitler: “Di lui ammiro tutto”, diceva, “tranne una cosa: avere perso”.
In questi collegamenti, in questo filo nero che parte da un movimento neonazi veneto e arriva fino alla politica istituzionale e di governo, si trova una delle spiegazioni della violenza nera che a Verona ha fatto una delle sue vittime.
Chi si sente sdoganato e in qualche modo protetto dalle istituzioni tende a venire allo scoperto, a riappropriarsi degli spazi, a diventare aggressivo. Proprio quello che stanno facendo i “ragazzi dal cuore nero”, reclutati allo stadio e indottrinati dai gruppi della destra radicale.
Naturalmente ci sono altre spiegazioni. Spesso il disagio giovanile si esprime nella guerra per bande, nella difesa del territorio, nell’attacco ai diversi. Sono comportamenti diffusi in tutto il mondo. Altrove le bande possono avere una connotazione etnica, in alcuni casi la connotazione può essere estetica (la scelta di un look, di una divisa). A Verona abbiamo visto in azione le bande d’ispirazione nazifascista. Nel mio documentario questi giovani, che potrebbero ficcarsi in tragedie come quella di Verona, hanno un volto, parlano, dicono quello che sanno e pensano. Chi sono? Nella maggior parte dei casi ragazzi impreparati. La scuola non ha dato loro gli strumenti culturali: quel minimo di conoscenza del nostro passato che avrebbe potuto fornire gli anticorpi, renderli immuni alle ideologie di morte e distruzione che ogni tanto rispuntano dalla pattumiera della storia.
Ne vedi uno, con occhi non cattivi, che si è tatuato Mussolini sul polpaccio e non crede alla strage degli ebrei: “I numeri li hanno alzati. Al massimo ne avranno ammazzati un milione”.
Chi te lo ha detto? “L’ho letto su un sito”. Quale sito? “Non so. Un sito”.
Poi c’è il problema delle regole, che non vengono rispettate. Nel film c’è un momento illuminante, a questo proposito. Al raduno di Forza Nuova prende la parola Hudo Voigt, leader del partito di estrema destra tedesco NPD. Subito il conduttore della manifestazione, Emanuele Tesauro (cantante degli Hobbit e quadro di Forza Nuova) si mette in ansia: “Mi raccomando”, ripete al microfono, “nessuno deve fare saluti fascisti, perchè in Germania è proibito. Se vedono la foto di Voight accanto a un saluto romano quando torna lo arrestano”.
Il pubblico delle teste rasate e dei vecchi nostalgici smette di inneggiare a braccio teso, poi appena Hodo Voight ha terminato il suo intervento, di nuovo alla grande: svastiche tatuate sul petto nudo, saluti fascisti, un grande striscione che viene aperto e sbandierato. La scritta, in caratteri cubitali: PIU’ NAZIFASCISMO.
Questo vediamo nel film. Questo vedremo nelle strade. Ma nessuno ne ha colpa. Nessuno è responsabile. Neppure i ragazzi che hanno aperto e sbandierato quello striscione. Alle mie contestazioni hanno risposto. “Non è niente. E’ solo una goliardata”.
Claudio Lazzaro
Cancellata la proiezione di Nazirock alla Casa della Memoria e della Storia di Roma.
Roma 25 aprile 2008
E’ stata cancellata la proiezione di Nazirock alla Casa della Memoria e della Storia di Roma.
Il film di Claudio Lazzaro sullo sdoganamento della destra neofascista doveva essere proiettato nel giorno della Liberazione, ma non tutte le organizzazioni incluse nella Commissione della Casa della Memoria si sono trovate d’accordo.
L’ufficio Cultura del Comune di Roma, che ospita la Casa della Memoria nel palazzo di via Francesco di Sales, ritenendo che il dibattito sul film, già da tempo annunciato, potesse apparire come una presa di posizione elettorale nel momento del ballottaggio, ha preferito sconsigliare la proiezione.
Il primo a difendere il film, quando le diffide di Forza Nuova erano riuscite a impedirne la programmazione nei cinema, era stato Massimo Rendina, presidente dell’Anpi, Associazione Nazionale Partigiani d’Italia, che aveva subito chiesto alla Casa della Memoria di proiettare il film nel giorno della Liberazione. Ma il ricovero in ospedale per un infarto aveva impedito a Rendina, 86 anni, di organizzare la visione e il dibattito.
“Mi pare un decisione allarmante”, dichiara il regista di Nazirock. “Le opportunità di dibattito, in tutti i paesi democratici, si moltiplicano prima del voto. Qui invece si riesce a limitarle”.
“Impedire agli ex partigiani”, aggiunge Lazzaro, “di aprire un dibattito sul neofascismo a partire da un film, vuol dire tenerli relegati a un ruolo decorativo, di celebrazione retorica della Resistenza. Significa togliere la parola a quelli che al prezzo della loro vita hanno difeso il Paese, quando il Paese ne aveva bisogno”.
Da quando è uscito, il 4 aprile, distribuito in libreria da Feltrinelli Real Cinema, Nazirock non ha avuto vita facile. Per tre giorni il sito del film www.nazirock.it è stato oscurato da a un attacco hacker, che è riuscito a distruggere il blog.
A Perugia, il centro sociale che ha organizzato una proiezione del film la sera del 19 aprile è stato devastato all’alba da un gruppo di estremisti di destra.
Le diffide inviate dai legali di Forza Nuova, il movimento neofascista che si ritiene diffamato dal film, hanno raggiunto anche le università dove le organizzazioni studentesche hanno organizzato incontri col regista.
Il 9 aprile il rettore dell’Università di Bologna ha cancellato all’ultimo momento una proiezione organizzata da Giurisprudenza Democratica, mentre a Napoli, il 23 aprile, all’Istituto Universitario Orientale, malgrado la diffida di Forza Nuova, la proiezione di Nazirock si è svolta regolarmente.
Articolo di Lietta Tornabuoni - la Stampa - 17 Giugno
Quelle virulente camicie verdi
di Lietta Tornabuoni
Altre novità in DVD. La Universal pubblica l’ultimo Orgoglio e pregiudizio con Keira Knightley insieme con il romanzo di Jane Austen da cui il film è tratto, e con l’avvertenza “Contiene dispositivo antifurto”. La Dolmen estende il territorio del DVD all’analisi politica con Camicie verdi del giornalista Claudio Lazzaro.
E’ un documentario molto completo sulla Lega Nord: attraverso interviste, manifestazioni, comizi, cartelli, visite alle sedi, osservazioni sulla folla che non manca mai, storia e cronaca, intende scoprire gli umori profondi del movimento anche paramilitare che rappresenta un fenomeno unico nella storia politica italiana. Nato nel 1979 per iniziativa di Umberto Bossi, basato sulla autonomia territoriale della Padania, sulla indipendenza fiscale, sull’ostilità contro Roma vista come simbolo del governo e dello Stato centrali, sulla xenofobia, il movimento sostenitore della Devolution, sicuro di aver realizzato il suo sogno, attraversa come si sa un momento di crisi.
Il film molto ben fatto ascolta i comizi. Bossi consiglia nel 1977 “il tricolore lo metta al cesso, signora” e loda “la Padania che mantiene l’Italia che non fa un cazzo”; Borghezio urla “noi non siamo merdaccia meridionale”, condanna “la banda di cornuti islamici di merda “; Calderoli invoca contro gli stupri “un colpo di forbici: zac!” ed esige che gli immigrati “quando arrivano vengano rispediti indietro”. Striscioni e cartelli: Giustizia ingiusta ora basta, Roma padrona, Avanti Nord, Espellete i clandestini, Padroni in casa nostra, Sveglia lombardo, Sì alla polenta no al couscous, Fuori dalle balle! Ai grandi raduni o nelle ronde, fiaccole, bandiere, camicie, fazzoletti, magliette verdi, empito, foga, gesti di maledizione. Coro: “Abbiamo un sogno nel cuore / bruciare il tricolore”. Letture predilette: I promessi sposi, Clausewitz, la rivista Insorgente. I leader leghisti meno maleducati, Maroni e Castelli, non compaiono.
Il DVD fa pensare, riflettere. Ci si chiede come tutto questo non abbia allarmato, come sia risultato sopportabile o quasi normale, come sia stato possibile considerare legittime tanta virulenza eminaccia.
Articolo di Federico Raponi - Liberazione 16 Maggio
Il documentario diretto da Claudio Lazzaro, presentato ieri nella capitale, indaga sui militanti e i dirigenti della Lega
“Camicie verdi”. Piccoli barbari crescono
Federico Raponi
La data di uscita (oggi, in Dvd) del documentario Camicie verdi - bruciare il tricolore è stata pensata in relazione al prossimo referendum sulla devolution, “per offrire un momento di riflessione prima del voto” ha detto il regista Claudio Lazzaro, ieri a Roma per la conferenza stampa di presentazione insieme a Marcelle Padovani, corrispondente de Le nouvel observateur e ai cineasti Roberto Faenza e Carlo Lizzani. Lazzaro è stato giornalista dell’Europeo prima e del Corriere della Sera poi. Ha lasciato il quotidiano un anno fa per costituire la società Nobu Production, con lo scopo di realizzare documentari a basso costo (Nobu sta per “no budget”) attraverso le tecnologie digitali e i nuovi canali distributivi come satellite, Dvd, Internet. “Per realizzare - ha sostenuto l’autore - quell’utopia che Faenza aveva annunciato trent’anni fa con il libro Senza chiedere permesso sulla scia del giornalismo underground e di controinformazione statunitense”.
Costato 90 mila euro (utilizzando la liquidazione), il documentario coniuga materiale di repertorio ad un mese di riprese con interviste a militanti durante gli appuntamenti di piazza. E avendo come centro di riferimento uno degli esponenti più amati dal “popolo padano”, il parlamentare Mario Borghezio. Seguito passo passo - con il suo consenso - in una militanza di strada fatta di ronde, comizi, volantinaggi, autografi, fiaccolate contro gli immigrati.
Il sottotitolo dell’opera richiama uno degli slogan cantati dai leghisti nelle loro manifestazioni (”Noi che siamo padani / abbiamo un sogno nel cuore / bruciare il tricolore…”). Si sottolinea così una delle tante contraddizioni del partito di Bossi (il quale nel ‘95 tuonava contro il monopolio televisivo, le holding occulte, le collusioni con Cosa Nostra di Silvio Berlusconi), al governo per un’intera legislatura dopo aver giurato fedeltà alla Costituzione, ma con mai celate finalità secessioniste.
Le Camicie Verdi corrispondono alla divisa di una sorta di milizia creata dal senatùr stesso nel ‘96 per la propria “sicurezza”, e nel tempo sostituite dai Volontari Verdi o Guardia Padana che dir si voglia. Un corpo inquietante, a maggior ragione se il linguaggio di riferimento è condito di “baionette in canna”, “mazze e spade”, “tiro a segno”. Non a caso secondo il procuratore capo di Verona Guido Papalia (sul palco definito un “faccia di m*****” che sarà “cacciato a calci in c***”) si tratta di un’organizzazione paramilitare, della cui esistenza nel prossimo Ottobre dovranno rispondere in giudizio una quarantina di leader leghisti, Bossi compreso.
Nelle tappe di questo scandaglio degli umori e delle paure del profondo nord, capitiamo anche nella biblioteca di un centro d’aggregazione giovanile del Carroccio. Per sentire citati come cultura di riferimento, dopo significativi tentennamenti, I promessi sposi, Karl Von Clausewitz, Giulio Andreotti (”per variare”). La voce scritta utilizzata è invece la rivista Insorgente (”come il pensiero”).
Sbagliato però pensare al semplice folklore rumoroso per la “tolleranza zero” predicata contro la colonizzazione, il parassitismo fiscale da parte di Roma, e soprattutto contro i clandestini, ritenuti responsabili di tutti i crimini immaginabili. Se infatti per Borghezio (condannato a 5 mesi per l’incendio di un rifugio di migranti) “la violenza della Lega è solo verbale”, la cronaca dice altro. Come l’autobomba a Monte Belluna, dedicata all’Islam e a Laura Pappato, sindaco dell’Unione.
Mentre per Lizzani questo filmato è una “prova d’autonomia d’opinione, d’esempio per altri e da incoraggiare”, secondo Padovani “è importante che esca adesso, dopo cinque anni di governo in cui la Lega è stata messa tra parentesi, e se ne è appannata l’immagine sovversiva. Ci ricorda il carattere di questo movimento, il linguaggio truculento, gli slogan offensivi, l’organizzazione militare. Soggetti populisti, razzisti ed antieuropei stanno sorgendo in diversi paesi del continente, e per di più la Lega è l’unica forza secessionista”, insiste la giornalista. “E’ una nuova versione del fascismo - prosegue la corrispondente di Le nouvel observateur, esalta l’atto esemplare come la presa del campanile di S. Marco, la distruzione di una moschea, la richiesta di pena di morte. Altro elemento è il reinventarsi un passato: nel Fascismo era la Roma imperiale, qui le fonti sacre e i Celti. La Lega ha comunque dimostrato di condizionare tutto il centrodestra, imponendo prima la devolution e mettendo ora il veto sull’elezione di Napolitano”.
Per Faenza (di cui è stato da poco rieditato il documentario Forza Italia (1977) che in soli cinque giorni ha venduto 30 mila copie, l’opera ha due pregi: “Tratta di qualcosa di cui in genere non si parla, quando invece da Gladio in poi esiste nel paese uno spirito sovversivo. Inoltre fa capire cosa è la Lega, cioè le ragioni del suo successo, con un atteggiamento giornalistico, diverso dai documentari ‘contro’ qualcuno, è perciò importante per analizzarne radici e origini”.
Articolo di Mario Pirani - la Repubblica 5 Giugno
Mario Pirani - la Repubblica - 5 Giugno 2006
Il tricolore buttato via e Bossi senatore a vita
Un amico mi ha regalato un DVD in vendita nelle librerie. Si chiama “Camicie Verdi” e documenta in presa diretta la storia della Lega Nord, dal celodurismo alla devolution.
l’ha prodotto e diretto un bravo giornalista, Claudio Lazzaro, che, con i pochi soldi della liquidazione dal “Corriere”, si è dedicato a realizzare un documentario a basso costo per offrire al pubblico un tipo di informazione all’opposto della pappa precotta della TV. In questo suo primo documentario, infatti, narra cose, riporta discorsi, registra interviste che, se la RAI non fosse assogettata a un castrante regime “politicamente corretto”, aduso ad edulcorare la realtà, sarebbero state portate da tempo alla conoscenza de visu dei cittadini. A cominciare dallo stentoreo invito di Bossi, rivolto ad una signora che a Venezia aveva issato sul suo balcone la bandiera italiana: “E’ inutile il tricolore. Lo metta al cesso!”. Mentre le “camicie verdi” intonavano il coro: “e noi che siamo padani abbiamo un sogno nel cuore: bruciare il tricolore!” ( aproposito, a chi è venuta l’invereconda idea di suggerire la nomina di Bossi a senatore a vita?). Comunque è tutto da vedere: un’ora e un quarto di turpiloquio politico, di ordinario odio razzista, di incitamento alla violenza.Che non può essere derubricato a folklore periferico e neppere comparato alle esternazioni dei gruppi estremistici di destra di Francia, Germania o altri paesi dove proliferano isolati all’opposizione, anche quando il governo è conservatore. Da noi la Lega è stata fino a ieri un partito di governo, anzi, il partito che ha improntato e condizionato la scelta pi? importante di Berlusconi: qualla di stravolgere la Costituzione del 1948 e dar vita a un progetto che, se confermato, spazzerà via le conquiste di di tante generazioni di italiani, dal Risorgimento all’Unità d’Italia, dalla Resistenza alle grandi riforme del secondo dopoguerra (Sanità, Scuola, etc.). Un partito, infine, che ha costituito il vero punto di riferimento privilegiato, ideologico e politico, di un premier, assai meno sensibile nei confronti degli altri soci della CdL (AN e UDC). Nulla di nuovo, potrà dire qualche lettore informato. Eppure è diverso scorrere sul giornale le cronache di una manifestazione leghista dal vedere e ascoltare i discorsi forsennati pronunciati da un Calderoli, da un Borghezio, da un Gentilini e consimili personaggi. Basta un breve florilegio. Laddove si parla della nuova polizia locale, decisa dalla devolution, ecco la spiegazione: “Non illudetevi, data la situazione che c’è con la magistratura, la polizia e i carabinieri hanno le mani legate, il territorio ce lo dobbiamo pulire da noi.. Da oggi ci riuniamo in coordinamento tra patrioti padani, guardia padana, volontari verdi, con mazze bastoni per fare delle ronde, ma ronde dure, ronde di 100, 200 persone.. DI fronte al dilagare degli stupri, conseguenza dell’immigrazione selvaggia, 100.000 espulsioni, almeno 100.000 espulsioni! Non siamo merdaccia levantina o mediterranea, noi la Padania bianca e cristiana.. Non ci lasciamo togliere i canti natalizi da una banda di crnuti islamici di merda!”. Fin qui Borghezio, il più popolare dopo Bossi, mentre il Sen.Perruzzetti apre un’altro fronte: “Siamo di fronte a un baratro. Vi immaginate se viene eletto un Sindaco extracomunitario. Fra qualche anno vi saranno 120 milioni di cinesi in Europa e molti milioni verranno in Italia e allora vuol dire che è finita la libertà, finita la democrazia, verranno a comandare a casa nostra!”. E per finire, ancora un comizio di Borghezio: “Cornuti islamici bastardi! Moderati un cazzo! Questa è la Lega che vince, perchè Dio lo vuole, come nelle Crociate, per difendere questa terra contro l’Islam! Gli facciamo un culo così!”. Dopo aver visto questo documentario mi è apparsa ancor più illusoria l’idea che serpeggia ai vertici dell’Unione (l’ho sentita con le mie orecchie..), secondo cui sarebbe opportuno tenere basso il volume della campagna referendaria così da smorzare l’intenzione di trasformarla in una violenta tenzone pro o contro Berlusconi. Eppure l’esperienza ci dice che il Cavaliere è comunque allergico alla temperanza, per cui, anche in questa occasione, non mancherà di rilanciare il solito armamentario di insulti, grida, promesse e slogan che tanto piacciono ai suoi fedelissimi. COn i leghisti a a far da amplificatore. Comunque la difesa della Costituzione è un tema che non consente mezzi toni nè tranquille pause di distrazione da oggi al 25 Giugno, tanto più che il primo sondaggio prevede, allo stato dei fatti, uno scaro tra il No, di chi respinge l’obbrobrio Calderoli, e il Si, di solo il 2%.
Articolo di Luca Mosso - la Repubblica Milano 11 Maggio
Luca Mosso - la Repubblica 11 Maggio 2006
“Camicie Verdi” la Lega vista da molto vicino
Chi crede che la Lega Nord sia un partito di lotta e di governo, capace di mediare tra piazza ed isitituzioni rischia di rimanere sconcertato da “Camicie Verdi”, lungo reportage realizzato dal giornalista Claudio Lazzaro. Il Viedo si apre con il capolavoro bossiano, quella devolution scambiata con la fedeltà al governo e ottenuta nel 2005 in barba a Fini e compagnia statalista. Ma quello che potrebbe sembrare il risultatto di una acquisita maturità istituzionale della LEga viene smascherato dal film come operazione di vertice, espressione di una doppiezza da sempre rinfacciata ad altri. Seguendo un politico vicino al popolo come Mario Borghezio, LAzzaro mostra la faccia impresentabile della Lega, quella che sbaita ai comizi e organizza ronde contro gli extracomunitari. Quella che contribuisce ad alimentare quell’industria della paura che sostiene ogni politica di destra. Quella che si costituisce in milizie - prima Camicie Verdi, oggi Volontari Verdi - che il giudice Guido Papalia, procuratore capo di Verona, ritiene essere organizzazioni paramilitari. Ed è proprio su questo punto che Lazzaro piazza il suo colpo giornalistico più significativo, con un’intervista all’ex senatore Corinto Marchini, fondatore dieci anni fa delle Camicie Verdi, il quale rivela che Bossi nel 1996 gli avrebbe chiesto di sparare ai carabinieri e di bruciare in pubblico il tricolore. A fini propagandistici, si intende, per poter esibire un perseguitato all’elettorato. La ricerca del martire sembrava una delle preoccupazioni prevalenti del partito, se è vero - come dice Marchini - che le alte sfere avevano addirittura ordito un complotto per uccidere Borghezio. Forse ancora più della rivelazione è significativa la reazione di Borghezio, che, interrogato non si scompone più di tanto. Camicie Verdi, produzione indipendente, distribuito dalla Dolmen, verrà presentato in anteprima stasera all’Anteo alla presenza del regista.
Articolo di Toni Jop - l’Unità dell’11 Maggio 2006
Toni Jop - l’Unità 11 Maggio 2006
“Camicie Verdi”, Lega nuda.
IL FILM ficca il naso in casa della Lega, svela passioni, caratteri, pulsioni e strategie di Bossi, Borghezio, Calderoli e Gentilini. Con l’aiuto di leghisti che ora denunciano: volevano uccidere Borghezio per avere un martire. Film di Claudio Lazzaro
E adesso ? Adesso che, fuori dal governo; non hanno più motivi per mettere in scena il loro lato “perbene” ? E’ un inquietante film dal finale, come si dice, aperto, quello che il regista Claudio Lazzaro ha dedicato alle “Camicie Verdi” e ai loro grigi retroscena. Peccato che questa “apertura” coinvolga, loro malgrado, la vita di quasi tutti gli itaiani. Pardon, dei “popoli” di quella “merda” dell’Italia. “Merda” è la categoria più usata nel vocabolario politico della Lega Nord anche “calci in culo”, è noto, la tallona ad un soffio. Sono fatti così, pane al pane, polenta alla polenta e l’utile lavoro di Lazzaro aiuta a non dimenticarlo, perchè se la memoria è labile, il cinam, in questo caso, opera come un puntuale quaderno di appunti di viaggio e anche come eccitatore di anticorpi. Ce ne sarà bisogno. Intanto, si capisce perchè Bossi e soci non siano in grado di riconoscere Napolitano come Presidente della Repubblica. Forse non hanno niente con quest’uomo civile e garbato, ma con la Repubblica si. Basta scorrere imagini e parole della loro storia. C’è stato un tempo, praticamente ieri, in cui Mario Borghezio, eurodeputato leghista, sorrideva all’ipotesi di bruciare il tricolore mentre Bossi ricordava il turgore sessuato della Lega, (il famoso “ce l’ha duro”), eccitava il “sacro onore”, incitava “snideremo la partitocrazia”. Sfogliando un archivio di simboli contiguo con quello del nazionalsocialismo. Bandiere verdi, camicie verdi, fazzoletti verdi e parole simili a rombo di tuono. Ma solo parole, precisa nel film lo stesso Borghezio, poichè, aggiunge, questa bella aggressività non si è mai tradotta in comportamenti coerenti. Guasconi ma innocui: ora ci tengono a questa quadratura molto scolastica, molto “lampoon”, del fronte pubblico del fenomeno leghista. Una versione che, a dire il vero, ha trovato sostenitori persino dentro la sinistra. Quando si trovano esagerati gli accenti di chi avvisava che al fondo di quel fenomeno si agitavano, non sempre espressi in modo compiuto, segni di una cultura eversiva. Il documentario, in questo vallo di giudizio, fa quel che deve fare e cioè ficca il naso e il risultato non tranquillizza. Per esempio, quello che dice il signor Corinto Marchini, primo dirigente dell’organizzazione paramilitare delle “camicie verdi”, attiva durante il governo di centrosinistra e poi riciclata in versione morbida da una Lega in versione ministeriale. Bossi mi chiese - riassumiamo - o meglio chiese al Comitato di Liberazione, di mettere in campo una strategia organizzativa capace di produrre eventi come il falò della bandiera italiana e mettere nel conto la carcerazione di qualcuno, giusto per conquistarsi qualche “testimonial” dietro le sbarre. Secondo le dichiarazioni di Marchini, Bossi, nel corso di una telefonata notturna , gli avrebbe anche chiesto di sparare ai Carabinieri, cosa che sarebbe servita allora alla Lega. Marchini sostiene - senza alcuna prova - che la Procura di Verona sarebbe a conoscenza di questa telefonata e di questa richiesta alla quale lo stesso Marchini avrebbe risposto picche. E non è finita. L’ex dirigente delle disciolte camicie verdi racconta come un bel giorno ricevette la visita di alcuni personaggi che gli dissero di aver ricevuto da lui l’ordine di uccidere Borghezio. Borghezio doveva morire per dare alla causa un martire spendibile nelle piazze. Ma l’ordine, precisa, gli risulta sia stato revocato una settimamana prima dell’”evento”. Vero o falso ? Marchini si fa carico delle sue dichiarazioni, alle quali non va data nessuna credibilità in assenza di pezze d’appoggio. Ma, se volete, la notizia sta altrove e questa no che non si può smenite: la notizia sta nel commento a bruciapelo dello stesso Borghezio al racconto di Marchini di fronte alla cinepresa di Cluadio Lazzaro. Penso che i tutti i movimenti che attraversano tensioni molto forti - dice in sostanza l’eurodeputato - si verifichino tentativi di sommovimento e di provocazione. Evidentemente il buon Padreterno ha voluto che continuassi a scaldare le piazze, conclude senza battere ciglio. Non è male per uno che è stato appena messo di fronte a una strategia eversiva che pianificava la sua utile morte per mano di killer padani: non si è nemmeno sognato di sbottare che erano tutte fandonie offensive. Così, “Mario” - come affettuosamente lo chiama l’uomo padano - può continuare a urlare “sinistra di merda”, oppure “marocchini di merda”, oppure “non siamo merdaccia levantina o mediterranea”. Salvo poi, in un’intervista che lo coglie steso in un letto di ospedale in seguito ad un idiota pestaggio - ma chi lo ha bastonato ? I black block o sono stati i suoi ? - invitare a “non farsi condizionare dall’odio ideologico” o sostenere, incredibilmente che “la politica non si fa criminalizzando l’avversario”. Un film da non perdere e non è che l’inizio.
Articolo di Furio Colombo - l’Unità
Raccomando ai lettori di vedere, appena possibile, nelle sale o nel dvd che in giugno sarà distribuito da l’Unità, il film “Camicie verdi, bruciare il Tricolore” di Claudio Lazzaro.
Tutto il materiale incluso in quel film è autentico, impressionante e impossibile da negare. Include infatti tre lunghe interviste, una con il deputato Borghezio (che, non dimentichiamolo, è stato anche sottosegretario alla Giustizia della Repubblica italiana) una con Max Bastoni, leader del corpo detto “Volontari Padani” che organizza ronde illegali, contestate dalla Polizia e dai Carabinieri, nelle città italiane. E una con il sindaco Gentilini di Treviso (che dopo due mandati, sotto mentite spoglie, fa ancora il sindaco). Borghezio, come ciascuno sa e nessuno nota, esorta apertamente, nella documentazione filmata raccolta dal Lazzaro, alla caccia, al linciaggio e alla eliminazione fisica degli extracomunitari. Le sue frasi di incitazione al crimine sono rigorosamente documentate dal film. Max Bastoni, un tipo di buon organizzatore parafascista, meno esaltato e pi? coi piedi per terra di Borghezio (persino meno volgare) mostra le strutture di appoggio e di organizzazione del corpo dei “Volontari”, organizzazione che non potrebbe avere casa, luogo o accettazione in alcun altro Paese della Comunità europea (così come gli xenofobi, negli altri Paesi membri della Comunità, non sono parte di alcun governo, e vengono tenuti lontani dalle destre normali).
Di Gentilini ci sono due documenti: un suo discorso, rauco, minaccioso,violento che figurerebbe bene, senza alcuna alterazione, in un film sulla nascita del nazismo. E una intervista in cui non solo ammette di avere offerto alla associazione dei cacciatori gli extracomunitari di Treviso come bersaglio per le esercitazioni. Ma dice francamente: “Sono stato educato sotto il fascismo. Credo fermamente nella autorità e nella disciplina”.
C’è molta documentazione sonora e visiva sia delle accuse dettagliate di legami mafiosi, rivolte da Bossi a Berlusconi prima dell’unico vero “contratto”, quello di Berlusconi con la Lega (che - come si ricorderà - è stato depositato da un notaio) sia delle minacce fisiche di cui, subito prima di giurare come ministro delle Riforme, Bossi si è fatto megafono contro tutti coloro, giudici e cittadini che si opponevano ai comportamenti illegali della Lega.
E include un notevole documento filmato e firmato: un ex senatore della Lega racconta come e quando si doveva sparare ai carabinieri, come e quando un attentato a Borghezio avrebbe dovuto creare un martire per il movimento. Il film è già nel circuito delle anteprime e non risulta che vi siano state querele o denunce.
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Tutto ciò svela l’operazione messa in atto per spaccare l’Italia. Da una parte l’egemonia mediatica quasi totale manovrata a favore esclusivo di Silvio Berlusconi, con la complicità dei succubi alleati (la partecipazione più assurda è quella di Alleanza Nazionale che finge di non vedere, non sapere, non capire e stranamente volta le spalle quando - come si vede nel film di Lazzaro - i leghisti bruciano il Tricolore).
Dall’altra il Patto Bossi-Berlusconi per liberare i rispettivi partiti dai vincoli di legalità imposti dalla Costituzione italiana nata dalla Resistenza e garante dei diritti civili e politici di tutti i cittadini, garante anche del rapporto umano e della responsabilità morale nei confronti degli immigrati.
Il film di Lazzaro è importante perchè è una testimonianza tremenda a carico dell’intero sistema italiano delle informazioni negli anni di Berlusconi. Niente di ciò che si vede in questo film si è visto in televisione. Testimonia del vasto ed esteso cedimento morale e professionale che ha indotto il giornalismo al silenzio su una serie di fatti estremi, estranei sia alla cultura italiana che a quella europea. E’ vero che la corsa affannosa (e pagante) alle leggi ad personam e alle esenzioni giudiziarie di cui una sola persona (la pi? potente) aveva bisogno, ha reso necessario accettare qualsiasi ricatto dalla Lega (compreso l’andare a giurare al Quirinale dopo aver giurato alla Padania, in una sequenza grottesca ed estranea al diritto e al protocollo di qualunque democrazia europea). Ma è anche vero che resta unico ed estraneo ai giornalismi di tutta Europa, la finzione durata cinque anni, secondo cui la Lega di Gentilini, di Borghezio, di Calderoli (che è uno dei protagonisti del film e invita ad affondare le navi degli immigrati) è un normale partito di governo di una normale coalizione di un centrodestra europeo.
La Lega di lotta (armata) - Pasquale Colizzi - l’Unità
La Lega di lotta (armata)
Il buon nome dell’informazione televisiva italiana targata Rai e Mediaset vive sulle spalle di “Report” di Milena Gabanelli. Fatto salvo l’avamposto su Rai tre, messa l’anima in pace, la scatola magica dei focolari italiani sforna a rotta di collo soltanto fiction con preti, magistrati, carabinieri e commesse. Per sapere qualcosa di pi? sull’Italia e gli italiani bisogna mettere mano al portafoglio. Comprando La mafia è bianca di Santoro, Bianchi e Nerazzini, il doc di Deaglio su Berlusconi (150mila copie vendute) e quello di Roberto Faenza Forza Italia! (30mila in cinque giorni). Per fare solo qualche nome. Come dire: in tv non c’è spazio per la realtà ma solo per i reality.
Dopo un fugace uscita nei cinema, Camicie verdi, il doc realizzato da Claudio Lazzaro esce in allegato con l’Unità. Con un tempismo straordinario. Siamo alla vigilia del referendum costituzionale sulla la riforma del novembre scorso, approvata su forti pressioni della Lega, che concede pi? poteri alle regioni in materia di sanità, scuola, polizia locale e che stravolge la Costituzione. Per un anno l’ex giornalista del Corriere ha seguito il popolo padano e i suoi leaders. In particolare l’europarlamentare Mario Borghezio, stazza imponente ma instancabile organizzatore di adunate, capace di parlare senza il filtro inibitorio del politicamente corretto. Agitando paure e istigando all’odio, lo vediamo nel finale in un letto di ospedale, dopo aver preso le botte dagli autonomi. Vittima delle circostanze che ha contribuito a creare. Ma l’inchiesta di Lazzaro punta l’attenzione sulle Camice verdi, la formazione che Bossi volle fortemente per ragioni di sicurezza personale e poi per disegni meno noti e velatamente sinistri. Quella tenuta a battesimo il 15 settembre del ‘96 (insieme alla proclamazione della Padania alle foci del Po’) è stata definita dal procuratore di Verona Guido Papalia “un’organizzazione paramilitare”. In ottobre inizia il processo per quaranta componenti (compresi Bossi, Borghezio e Calderoli).
Sempre in bilico tra il dentro e il fuori, che siano le regole democratiche o le aule parlamentari, la classe dirigente leghista è fatta di urlatori ma anche di persone che annusano l’elettorato, lo blandiscono andando nelle piazze e nei mercati, mischiandosi a loro nelle ronde organizzate contro gli extracomunitari. Nel doc tutto sommato c’è poco spazio per Bossi e molto di pi? per tutti gli altri. Si vede il senat?r sproloquiare nel ‘97: tricolore cartaigenica. Cinque anni dopo giura come ministro davanti a Ciampi. Il fuoco incrociato con Berlusconi dopo la caduta del primo governo insieme. Nel ‘95: “Mai più con il signor Bossi” dice il Cavaliere. L’ex alleato va giù più duro. Nel ‘98, davanti alle telecamere: “I magistrati di Palermo sostengono che Berlusconi sia mafioso perchè hanno trovato decine di holding con soldi di provenienza sospetta”.
“Sono il megafono dei miei concittadini, corrispondo perfettamente alle loro caratteristiche” dice il più volte sindaco di Treviso Giancarlo Gentilini. Passione per le armi - è apparso in copertina sul manifesto con il titolo “Io spariamo che me la cavo” - offre questa chiave di lettura del suo successo. Altre si trovano nei ritratti di dirigenti locali e semplici militanti. Si procede per parole d’ordine. Una volta c’era Roma ladrona e via i terroni. Adesso si inneggia contro gli islamici (un must è la manifestazione “Si alla polenta, no al cous cous”) e gli stranieri in generale. Che rapinano ville e violentano le donne padane appena possono. C’è un senso di impotenza e di mania possessiva di fronte a gente estranea che si prende i “loro” quartieri facendola da padroni. Perchè quello è considerato un territorio di caccia precluso agli altri. Anche agli avversari politici, a quanto pare. Ne sa qualcosa Laura Puppo, sindaco di centrosinistra a Montebelluna, un paese tranquillo che per la prima volta nella sua storia ha conosciuto un’autobomba. Con scritte indirizzate contro l’islam e il sindaco.
Ma è la testimonianza del senatore Corinto Marchini ad aprire uno squarcio sui disegni più spiccatamente sovversivi e antistatali della Lega. Il fondatore delle Camice verdi ebbe un rapporto molto stretto con Bossi. Che, in un momento di appannamento della sua formazione politica, pensava ad azioni clamorose. Arrivando a chiedere che, se necessario, si sparasse contro i carabinieri. Del resto Bossi appiccava i fuoco e stava a vedere cosa accadeva. Basta osservarlo nelle immagini della perquisizione delle forze dell’ordine alla sede della Lega di via Bellerio, a Milano, fine ‘96. Mentre ci sono tafferugli, urla, resistenza fisica e feriti, lui nelle ressa impassibile fuma il sigaro. Con lo stesso atteggiamento avrà chiesto a Marchini anche un altro atto clamoroso: uccidere Mario Borghezio. Si sarebbe sbarazzato di un rivale nella leadership e la Lega avrebbe avuto il suo sospirato martire.
Pasquale Colizzi - l’Unità - 8 Giugno 2006
“Camicie Verdi”, si consiglia la visione prima del referendum - di Luciana Castellina
“Camicie Verdi”, si consiglia la visione prima del referendum
Luciana Castellina
Il dvd lo trovate già in vendita, distribuito dalla Mikado, e, fra qualche giorno anche, distribuito dall’Unità, nelle edicole; e, tenendo conto che nessuno sembra preoccuparsi della campagna referendaria, consiglio a tutti di comprarlo, regalarlo e possibilmente proiettarlo ovunque si può. Perchè meglio di qualsiasi altro discorso spiega perchè il 25 di giugno dobbiamo andare a dire no alla proposta di modifica costituzionale di Berlusconi, che fra le tante altre cose propone anche la devolution ai signori della Padania di un pezzo dello stato italiano. Si chiama Camicie Verdi.
E’ il nome dell’ organizzazione paramilitare della Lega Nord (così l’ha definita nella accusa che la porterà in Tribunale in autunno il pm di Verona, Papalia), ed è l’ultimo prodotto di questo nuovo movimento di cineasti che stanno rilanciando anche in Italia il documentario per colmare il buco vergognoso della tv che non fa informazione, non dà conto di quel che è il paese reale che infatti gli italiani conoscono sempre meno; e così si spiega anche lo sbigottimento della sinistra quando, l’indomani delle elezioni del 9 aprile, ha scoperto che quasi un cittadino su due aveva votato per Berlusconi e i suoi. Ed è proprio un pezzo di Italia profonda quella che Claudio Lazzaro, ex giornalista del Corriere della sera diventato regista, ha prodotto con il danaro della liquidazione (Nobu, si chiama l’impresa, non per richiamare il celebre ristorante giapponese, ma come sigla di No Budget, senza soldi): la Padania, e i tanti (anche ex immigrati terroni) che alla cultura di Pontida sono stati ormai assimilati. Una realtà agghiacciante, che forse negli ultimi tempi abbiamo rimosso ma che è qui fra noi, sovversiva, fascisteggiante, in questo documentario nella sua componente leghista che però si capisce essere assai contigua alle altri ali del Polo. Camicie Verdi richiama un’opinione pubblica del tutto disattenta sulla portata del referendum che potrebbe, se il No non vince, costituzionalizzare questa ideologia esasperatamente razzista, violenta, antidemocratica, pericolosa.
Il film non giudica, dà solo visibilità agli uomini della Lega, in particolare a Mario Borghezio, presidente del corpo dei volontari verdi, l’uomo pi? popolare nel movimento dopo Bossi, deputato europeo ma soprattutto “politico di strada” come lui stesso ama definirsi e in effetti, abbracciato e acclamato quando percorre le vie dei centri grandi e piccoli del nord, ai mercati e davanti alle chiese, dove distribuisce volantini gridando sporchi negri tutti stupratori perchè così detta il Corano; incoraggiato nelle ronde antiimmigrati e negli assedi alle “oltraggianti moschee” che, come Fallaci, vorrebbero bruciare; applaudito quando canta, urlando Secessione, l’inno padano: “E noi che siam padani/abbiamo un sogno nel cuore/bruciare il tricolore/ bruciare il tricolore…”.
Non è un attacco alla Lega, solo una sua esposizione - spiega il regista - Il documentario - l’ho girato col consenso di Borghezio. Perchè lui si piace proprio così.
Facciamo in modo che la rivincita che il cavaliere non ha avuto con le amministrative non gli arrivi, per nostra distrazione, col referendum.




